Tuesday, February 28, 2006

Martedì Grasso in Lucania: la natura è qui.

Aprii gli occhi nel buio della camera. Riconobbi il rumore della pioggia sul balcone, dall’intensità si sarebbe detto un acquazzone. Mia zia entrò poco dopo, le palesai che ero sveglio. Mi alzai barcollando, non stavo bene, ero stanchissimo e l’immagine che mi fornì lo specchio del bagno fu implacabile: occhi rossi, faccia gonfia e occhiaia da manuale. Ero titubante se partire o no, fuori il sole doveva ancora sorgere, la pioggia era costante e il sottoscritto non riusciva a “svegliarsi”. Mi mancava la lucidità di pensiero e avrei potuto mettermi in pericolo in autostrada, chiesi a mia zia se avesse potuto pagare il parcheggio per me perchè me ne sarei tornato a letto. Detto fatto, appena rientrai nel mio tiepido giaciglio tornai a dormire come un bimbo. Riaprii gli occhi, il buio che mi aveva accolto al risveglio aveva ceduto a qualche spiraglio di luce. Non sentivo più la pioggia, rumori vari provenivano dalle camere e dalla cucina. Mi ressi in piedi, sentendo che le forze mi erano tornate, ed … erano le 10:05. Zia mi avvertì che il parcheggio sarebbe scaduto alle 10:30. Mi servirono solo 4 minuti per realizzare che avrei potuto compiere anche questa tappa e ne impiegai altri 2 per avvertire genitori e parenti della mia partenza in direzione Taranto. Zia ci rimase un pò male, aveva organizzato delle lasagne da martedì grasso, ma capì il mio spirito da vagabondo e mi abbraccò stretto. Fu un abbraccio molto particolare, espresse il dispiacere per la partenza e l’affetto accompagnato dall’ augurio di un buon viaggio. Ringraziai zia per tutto e raggiunsi la mia vettura. Uscire da Salerno non fu difficile, le strade le conoscevo a memoria grazie alle decine di viaggi fatti da passeggero assieme ai miei, la soddisfazione di essere da solo e conoscere le strade era grande. Inforcai la Salerno-Reggio Calabria senza passare da un casello…mah… il tempo stava cambiando veste e le nuvole si alternavano finche’ iniziò a nevicare. Si trattava di una neve sottile ma era pursempre neve, intanto scorreva di fianco a me un paesaggio montano e sempre più selvaggio. Vidi montagne sventrate dall’uomo e altre che avevano lasciato cadere le loro viscere sopra a quest’ultimo. Uscita Sicignano….uscii…senza casello…(??) ed mi ritrovai ad un incrocio alla fine dello lo svincolo: un’indicazione per MATERA con il colore dell’ autostada, un’ altra per POTENZA con il colore della statale e l’ultima per REGGIO CALABRIA verde autostrada. Presi deciso per Matera e mentre guidavo mi resi conto che questa autostrada sul mio Atlante non era segnata. E l’Atlante era del 2005! Infatti a un certo punto finì la strada. Letteralmente. Nel vuoto. Perplesso tornai indietro e presì in direzione Potenza ma presto sparirono le indicazioni da statale e la strada si trasformò in un percorso di guerra… Feci manovra appena possibile e ritornai sulla Salerno Reggio Calabria diretto verso Sud. Ed ecco che accadde: un’altra uscita SICIGNANO e nella migliore sceneggiatura stile Matrix mi ritrovai in un incrocio identico a prima. Presi ancora l’autostrada inesistente facendolo sapere ad alcuni amici via sms tra cui Alex che mi rispose “Guarda che stai tenendo la mappa al contrario”. La strada era quella giusta e in breve stavo guidando sulla famigerata Statale che lascia soli. Il traffico era fantasma e anche le stazioni di servizio, insomma mi resi conto che questo tratto sarebbe stato un buon momento per pensare tra me e me e pregare di non rimanere a secco o in panne nel nulla più totale. L’assenza dell’uomo si manifestò anche con l’avvicendarsi di falchetti e aquile che volavano indisturbati. Persa ogni speranza di poter ascoltare Radio Deejay o Isoradio e non volendomi sottomettere a Radio Maria rimasi in ascolto di Radio Radicale da cui il conduttore chiedeva a chi prendeva la linea chi avessero votato e chi avrebbero votato e se questi non smadonnavano gli faceva dire anche il perchè. Inutile dire che le telefonate furono un valzer di populismo, bestemmie, insulti e complimenti tali da farmi ridere di gusto. Poi di colpo alla mia destra apparvero delle cime innevate, splendide guglie rocciose che vegliavano sulla valle e su quella lingua d’asfalto. Le superai e lessi un’insegna: PIETRAPERTOSA. Allo svincolo notai che la benzina cominciava ad essere pochina per raggiungere Taranto, fermai la macchina lungo la strada in salita e chiesi a due uomini se la strada fosse giusta per Pietrapertosa e se ci fosse un distributore di benzina più avanti o al paese. Mi dissero che sì la strada era quella ma che per la benzina avrei dovuto prendere la statale e proseguire o andare in un altro paese. “Ma quanti Km potete ancora fare?” “Mah credo intorno al centinaio” e loro in coro Dolby Stereo “Eeeh allora!”. Li ringraziai e continuai a salire mentre uno mi urlò mentre mi stavo allontanando “Attenzione che sta scendendo lo spazzaneve!”. Pensai :Spazzaneve?! Ma se le strade e i campi sono puliti… Più salivo e più gli indizi cominciavano a formare una prova… mucchietti di neve nelle zone d’ombra finchè subito dopo una curva a cucchiaio l’asfalto non esistette più e un manto umidiccio e scivoloso mise alla prova le mie gomme da neve. Decisi di affidarmi alla mia buona stella anche perchè il sole era una sicurezza, almeno non avrebbe potuto nevicare ancora! Intanto ciò che avevo visto dal basso ora mi si presentava all’altezza del mio sguardo e non fu meno affascinante. Mi trovavo sulle dolomiti lucane che nulla hanno da invidiare a quelle settentrionali. A Pietrapertosa l’aria era fredda, frizzante e profumi di cucine si mischiavano all’odore della legna ad ardere nei camini. Il paese era come adagiato su queste montagne, e mi ricordò uno dei presepi che ho visto a natale. La macchina mi richiese qualche sforzo in più per governarla senza rovinare muri e altre macchine, qui sopra la neve stava fondendo ma era pur sempre tanta. Parcheggiai la macchina in discesa slittando in retromarcia e rischiando grosso. Per fortuna avevo gli scarponi dietro il sedile del passeggero. Mi dimenai tra lo sterzo e lo schienale riuscendo alla fine ad infilarmi le calzature adatte al luogo. Entrai in un negozio di frutta e verdura dove feci la conoscenza del signor Donato che mi spiegò cosa ci fosse da vedere e dove avrei potuto mangiare. Il borgo era deserto, e avevo una fame da lupi, entrai nel primo ristorante ma… il locale era dipinto di nero (o sporco di fuliggine) e c’erano 6 uomini che bevevano in piedi urlando. Alla mia comparsa si creò il silenzio, il locandiere mi guardò e prima che potesse sgamarmi con una domanda mi inventai la richiesta di un’informazione turistica “Vado bene per la chiesa? Vorrei fare anche delle foto al paese!”. Due dei clienti mi spostarono come se fossi un burattino e mi indicarono dove andare, mi chiesero se le foto fossero per lavoro e gli risposi di no. Sparirono alle mie spalle dentro il locale. La neve continuava a fondere e le strade erano come dei piccoli torrenti in piena, lo sciabordio di questi fiumi artificiali a misura di puffo era l’unico rumore lungo il paese. Avevo molta fame al momento, sarà stata l’aria di montagna, sarà stato l’inerpicarsi lungo questi vicoletti in piena, ma mi fiondai a testa bassa in un’altro ristorante. La scena di prima si ripropose. Questa volta però il proprietario aveva una faccia rassicurante e vidi che i tavoli erano apparecchiati. Mi feci accompagnare a uno di questi e mi ritrovai da solo in una bella sala rustica. Una donna venne a chiedermi cosa volessi da mangiare. Dopo essermi fatto elencare la lista dei piatti optai per una bottiglia d’acqua, delle orecchiette col sugo di carne e una salsiccia arrosto con contorno di insalata. Sentii i rumori della cucina e la donna parlare col proprietario. Ero solo a pranzo e la cosa mi intristiva così ne approfittai per iniziare conversazione con la signora che mi portò delle bruschette come antipasto. Intanto la figlia si mise a pranzare dietro un paravento e fui indeciso se chiederle di farmi compagnia. Alla fine pranzai da solo conversando a tratti con chi mi portava il cibo. Era tutto buonissimo e mentre mi godevo la cucina lucana una domanda mi ingarbugliava i pensieri: Ma chi era di Pietrapertosa? In quell’istante l’immagine di una foto del paese incorniciata e appesa nello studio di mio zio a Salerno mi apparve. Ma sì! Zio Vito non era di Pietrapertosa? Chiesi se vi fossero delle famiglie Manzi in paese e dopo un breve consulto il padrone mi confermò che c’era un Alfredo Manzi ma che tutti i suoi figli erano a Salerno. Salerno… strana coincidenza. Ad ogni modo non credevano che ci fosse un legame tra il Vito Manzi a cui avevo fatto riferimento e l’ Arturo Manzi in paese. La seconda coincidenza saltò fuori quando facendo la lista dei parenti menzionarono un Nicola di Firenze. Che fosse lo stesso zio Nicola di cui avevo sentito parlare? Quello di Firenze? Tre coincidenze fanno una prova. Feci una foto alla famiglia del Piccolo Ristoro le Rocce e pagai un prezzo irrisorio per quanto avevo mangiato: 11 euro. A pancia piena girovagai per il paese, il sole era caldo e mi decisi a chiedere a mia zia se ci fosse un parente in zona di nome Arturo. Ma il cellulare non prendeva. Rischiai. Chiesi nel primo ristorante (quello oscuro per intenderci) dove abitasse Arturo Manzi e mi venne indicata una stretta porta lungo la strada. Bussai. Niente. Quando le mie nocche furono prossime a posarsi nuovamente sul legno sentii delle frasi inquisitorie in dialetto. Il tono non era rassicurante, dopotutto ero andato a bussare dopopranzo, ora di siesta e riposo. Fui indeciso se andarmene o restare. Mentre facevo questi pensieri la porta venne aperta e un robusto signore mi chiese da dietro gli occhiali: “Voi chi siete?!” “Salve, sono Stefano Pertosa il nipote di Vito Manzi” “Vito? Eh mio cugino… è morto qualche anno fa, e così voi siete il nipote? Prego entrate!” Mi accolse calorosamente, era molto felice di ricevere visite. Le scale ci condussero in una stanza un pò affumicata con suppellettili e soprammobili abbastanza datati. In un angolo c’era la stufa che bruciava la legna scalndando e affumicando l’ambiente. Le tre pareti “libere” ospitavano un letto, un piano cottura e un mobile. Arturo era in imbarazzo per lo stato della camera ma lo rassicurai, da universitario avevo visto di peggio. Ci raccontammo un pò di noi stessi e venni a scoprire che lui andava e veniva da Salerno e che però quando è si trovava qui nessuno lo andava a trovare; possedeva due case e mi invitò a tornare per Pasqua con chi avessi voluto, amici o ragazza perchè sarebbe stato felicissimo di ospitarmi. E così capitò che in questo viaggio il destino volle che incontrassi e consocessi un parente non diretto ma che mi trattò da congiunto. Le persone che avevo incontrato fin’ora in lucania erano state campionesse di ospitalità, cordialità, disponibilità e gentilezza. Arturo intanto si rammaricò di non aver potuto offrirmi il pranzo, io gli dissi di non preoccuparsi e che purtroppo avrei dovuto rimettermi in viaggio verso Taranto ma questi continuò a marcarmi stretto per un caffè un amaro o qualcosa. Vidi che ci teneva e alla fine cedetti, mi feci accompagnare al ristorante oscuro, sorbii il mio caffè dopo averlo colmato di zucchero - ma per me che non ne bevo quasi mai fu comunque una tortura- salutai con affetto questo parente che il destino mi aveva fatto trovare e lasciai Pietrapertosa con la ferma intenzione di tornarci.
Posted by StefsTM at 23:59:00
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