Sunday, March 19, 2006

Benvenuti

Che siate capitati su questo blog per caso o di vostra spontanea volontà, lasciate che vi dia il benvenuto. Versocaposud.blog.com raccoglie in diversi post tutto ciò che mi è capitato durante un viaggio da me intrapresto dal 27 Febbraio al 6 Marzo 2006. Nella cartina sottostante sono indicate le varie tappe del mio viaggio.

Sentitevi liberi di lasciare commenti o di dare un’occhiata al fotoblog di 1054 immagini.
Qualunque sia il vostro viaggio in questo momento io vi auguro buona fortuna.

Posted by StefsTM at 18:24:32 | Permalink | Comments (8)

Tuesday, March 14, 2006

Le idee migliori nascono per caso, senza pensarci.

Mi immagino uno che cammina in un campo di girasoli, e che non riesce a vedere il sole perche’ i fiori sono troppo alti. Ecco io mi sentivo piu’ o meno cosi’ prima che l’idea di partire mi scoppiasse nella testa. Isabella mi aveva proposto un viaggio sul Mar Rosso post esami, ma l’onerevole ex ministro Calderoli ha rovinato i piani di centinaia di italiani rendendo di fatto meno sicuri gli spostamenti nei paesi di lingua araba. Orfano di tale progetto, non credevo di partire, sopratutto perche’ i tempi cominciavano a diventare difficili da conciliare. La pausa tra I semestre e II semestre era agli sgoccioli e ci sarebbe stata la presentazione dei corsi senza lezioni. Il Carnevale si manifestava qua e là nel mondo e io venivo punzecchiato da vecchi ricordi capaci di farmi sospirare. Sabato 25 Febbraio era un giorno veramente come gli altri. Ma poi in bagno la mia mente ha cominciato a prudere e ad agitarsi, concretizzando una parola: “Partire”. Il dialogo tra me e me fu abbastanza rapido:

- Parti.
- Eh? Ma dove vado…
- Ovunque.
- Estero? Italia? Treno? Macchina?
- Ma finiscila! Prendi e vai!
- Uhm.. forse potrei… ma sì vado.
- Bravo.

Dovevo andare verso Sud. Vecchio progetto, concepito per 2. Sarei partito subito, o quanto prima, ma non alla chetichella, era mio dovere avvertire i miei e chi sarei andato a visitare. Come la presero i miei…. beh ve lo lascio immaginare. Cercate di mettervi nei loro panni: Genitori di un unico figlio maschio, in fase di riabilitazione sentimentale, con al massimo 400Km di autostrada in un giorno (Andata e Ritorno)… Insomma ci provarono. Temi principali dell’arringa furono: La pericolosità delle autostrade italiane, La mia carriera accademica, La mia posizione di distacco dal loro lavoro, Il fatto di essere poco sano di mente, Il rischio dei viaggi in solitaria, Lo stato di efficienza dell’auto, Il denaro che avrei sprecato. Da parte mia avevo poche carte da giocare, la prima che giocai fu la voglia di vedere l’Italia e di conoscere quei luoghi a me sconosciuti ma mi fu polverizzata con un -ma fai un viaggio all’estero!- . Il secondo asso fu il mio affermare che avevo bene o male quasi 15 giorni, ma la mia affermazione venne travisata e interpretata come “starò via 15 giorni” generando l’ira paterna e materna. Mi rimanevano due Jolly, ma ero in inferiorità numerica… Il primo lo piazzai a bruciapelo sostenendo che sarei stato comunque vicino ai parenti se qualcosa fosse andato storto. Il secondo Jolly poteva decretare la mia sconfitta con conseguente “fuga” illegale dalla Domus Pertosae. Me lo giocai con astuzia dichiarando che se ci pensavano un momento loro da giovani avevano girato più di me e ne avevano passate tante. La stoccata andò a segno ma l’effetto fu impercettibile, come un battito di ciglia poi riprese la discussione con scuotimenti di testa e rosari di “mah” e “sei pazzo”… Effettivamente dovevo pensare alle loro motivazioni e argomentazioni, cosi’ mi riservai il diritto di decidere e di farglielo sapere. Nel pomeriggio alcuni dubbi mi assalirono, tra cui il dove sarei andato, il fattore meteo che in inverno regala freddo e vento e gratta via il buon umore di un giovane uomo meteopatico. Ne parlai con amici fidati. E poi mi rimisi a pensare. Stavo mentendo a me stesso, io avevo gia’ deciso al mattino. Contattai telefonicamente i parenti a Salerno e a Taranto avvertendoli della mia calata in compagnia del mio destriero. Venne la sera e poi la notte, lunedì sarei partito ma intanto dovevo manifestare la mia decisione. Il mattino avrebbe incassato la mia scelta.

Posted by StefsTM at 23:43:20 | Permalink | Comments (2)

Wednesday, March 8, 2006

Rien Ne Vas Plus

Dormire fu dura. I miei pensieri continuavano a danzare proiettandomi addosso sogni e speranze su un telone di dubbi e preoccupazioni. Mi svegliai e dissi a mia madre che lunedì mattina sarei partito. La giornata era splendida e controllai le previsioni meteo: brutto ovunque. Avrei dovuto avvertire di questa mia iniziativa conoscenti e amici? Mi risposi di sì e mandai ad ognuno la medesima email:

Il Viaggio, Chi si ferma….deve fare pipì.

Amici,
questa email e’ identica per tutti voi. Sto per partire, e spero che avro’ la benedizione metereologica. La voglia di viaggiare, di scoprire e conoscere che era tanto cara a Dante per far fare la fine del sorcio a “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza” Ulisse, mi ha preso in ostaggio. Ieri mattina, quella che Enzo Baldoni descriveva come una malattia, mi ha contagiato all’improvviso, cogliendomi alla sprovvista mentre ero in bagno. La voglia di partire! Ora voi starete pensando che e’ facile prendere e partire… Forse lo sara’ per voi ma non lo e’ per me. Io sono sempre stato abbastanza metodico nelle scelte: bisognava ponderare ponderare e ancora ponderare, cercare di valutare il budjet, il tempo di viaggio, le variabili metereologiche, il traffico, gli eventi…. e alla fine rimanevo dov’ero. Non ho viaggiato moltissimo negli ultimi anni, prevalentemente brevi spostamenti che comunque mantenevano vivo il virus. Quest’avventura che sto per intraprendere l’avevo pensata per questo periodo, e originariamente doveva essere condivisa con un’altra persona per celebrare un anniversario che non e’ mai arrivato. La mia filosofia di vita mi fa vedere l’esistenza come un viaggio, quindi se in questo momento devo viaggiare in solitaria come Giovanni Soldini negli oceani..così sia. Approfitto di questo periodo di transizione tra I e II semestre universitario per prendermi 10 giorni e viaggiare come non avevo mai fatto prima. Attraversero’ Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Calabria, Basilicata, Puglia, Molise, Abruzzo, Marche e se possibile saliro’ fino in Veneto. Fino ad ora la distanza totale da me percorsa in macchina in un giorno sono stati quasi 400 chilometri. Senza fretta mi fermero’ per visitare le bellezze di un Paese che non ho mai scoperto abbastanza. L’unica catena che mi limita e’ la rete Autostradale, non mi allontanero’ mai troppo dai caselli. Non ho idea di cosa mi aspetti, di cosa vedro’ e di chi incontrero’, intanto portero’ voi nel cuore e nella mente, cosi’ riuscirò a non sentirmi solo quando la macchina fotografica, la radio o i cd non saranno abbastanza per tenermi compagnia. Conto di percorrere piu’ di 2400 chilometri e saranno rare le occasioni per me di connettermi a internet. E’ possibile che il mio cellulare si scarichi nel tragitto, o che non possa rispondere perche’ sto guidando: voi scrivetemi pure le mail, o gli sms o chiamatemi, cerchero’ di rispondere o di richiamarvi. Insomma una mail che doveva solamente avvertirvi che non ci saro’ per qualche giorno e che avrebbe dovuto comunicarvi il mio dispiacere nel non poter rispondere celermente come e’ mio costume, si e’ trasformata in un papiro. Come ho scritto una volta: “Siamo uomini di sabbia che corrono controvento.”

Vi abbraccio tutti.

Aloha!

A Pranzo palesai anche a mio padre la mia decisione. Di rimando mi disse che non lo avrei fatto star tranquillo, mia madre invece si alterò non poco. Nel pomeriggio incontrai Mattia il quale mi accompagnò in giro a dare o ridare prestiti, tra cui il libro di Troisi “Il mondo intero proprio” ad Antonella e Fabio - il quale ne approfittò per invitarmi la sera stessa- e i cd di Alice a Michele con una versione stampata della mail. Ottenute le benedizioni del mio fratello maggiore e congedato Mattia apparve sulla soglia Andrea il quale mi seguì nel cercare di capire dove andare e cosa vedere. Insomma, nessuno pensava che il mio fosse un progetto stupido o inutile o uno spreco di denaro. Salutato anche Andrea andai come da programma da Fabio, e lì conobbi il babbo di Antonella e la collaboratrice marocchina che aiutava i miei amici all’agriturismo. Poi successe qualcosa di incredibile. Con un passivo degno della miglior schiappa del peso di 1 vittoria contro almeno 35 sconfitte, forse galvanizzato dall’imminente viaggio battei Fabio 2 volte consecutive. Per il campione in carica fu un vero shock. Mi venne ricordato che a una grande fortuna segue sempre una grande sfiga, ma ovviamente io gia’ viaggiavo a due palmi dal suolo. Ottenute ulteriori benedizioni tornai a casa dove mia madre stava seguendo la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi Invernali a Torino. La tensione non era tanta ma era abbastanza per essere percepita. Di mio non dissi nulla che avrebbe potuto far esplodere la mia progenitrice. Mi venne in mente il film Sideways che avevo visto qualche sera prima, forse il mio inconscio era stato contagiato dal messaggio del film? Beh non avevo voglia di vino e non dovevo sposarmi pero’ ero in macero sentimentale per una donna. Questi pensieri mi accompagnarono tra le braccia di Morfeo, verso quella che sarebbe stata una fredda notte tormentata dai pensieri di un viaggiatore inquieto che non ha idea di cosa lo attende.

Posted by StefsTM at 11:45:30 | Permalink | Comments (2)

Mollati gli ormeggi.

La sveglia avrebbe dovuto avvisarmi che la sesta ora del mattino si era compiuta. Ma io avvisai la sveglia che non avevo abbastanza pazienza per attendere le sei: mi ero svegliato alle 5:16. Per almeno un quarto d’ora rimasi a prendere coscienza e a controllare di star bene, ovviamente le mie ansie si concretizzarono in un lieve mal di collo e nausea simil-influenzale (dubbio: Michele mi aveva contaggiato?). Preparai due bagagli: una valigia con dentro i vestiti e uno zaino con il diario di bordo, le batterie ricaricabili i vari trasformatori il cell d’emergenza e il lettore cd assieme a quello mp3. Nello zaino finirono anche le ciabatte assieme alla borsa da bagno e un bottiglione di shampoo. Un peso non indifferente insomma. Saccheggiai un paio di bottiglie di Uliveto dalla scorta personale di famiglia e piazzai un paio di scarpe da ginnastica più un paio di scarponi da trekking dietro il sedile del passeggero, ai piedi le scarpe piu’ comode che possedessi. Partii con 300 euro piu’ il bancomat per la benzina. Quando fui certo di aver preso e caricato tutto andai da mio padre e lo svegliai per salutarlo, lui mi salutò ehm.. dandomi dello scemo confermando che lo avrei fatto stare in pensiero. Mia madre si svegliò di soprassalto e mi guardò strabuzzando gli occhi, non parve realizzare che me ne stessi realmente andando, si girò dall’altro lato e continuò a dormire. Scrissi un biglietto che lasciai sotto il cuscino: “Grazie per avermi dato anche questa opportunità, siete i genitori migliori che un figlio possa desiderare.” Dato che al momento pensavo quello che scrissi non mi accusai di paraculaggine e partii tranquillo alle 6:01. Azzerai il contachilometri e dopo averne percorsi appena 10 la nebbia padana mi abbracciò. Si vedeva pochissimo, cominciai a vacillare pensando che se fossi tornato indietro non avrei potuto più ripartire. Alle 7:04 al casello di Reggio Emilia la nebbia si diradò e mi unii agli altri globuli rossi lungo l’arteria asfaltata in direzione Bologna. Radio Deejay mandava “Sei Sveglio?” con Nicola Vitiello e i caselli passarono abbastanza veloci. La luce aumentò progressivamente ma sempre dietro una coltre di nubi e qualche goccia di pioggia, l’umore fu buono al pari del traffico finchè non raggiunsi il tratto appenninico. Radio Deejay mi aveva lasciato orfano nelle mani di ISORADIO qualche decina di chilometri prima, e lo sconforto si era tramutato in inquietudine quando la strada era diventata a 1 corsia con buche grosse come teglie di pizza. Guidai con prudenza evitando i crateri più grossi mentre nella direzione opposta il traffico si fece intenso, il che si tradusse in una coda qualche chilometro piu’ avanti. Li guardai pensando che avrei potuto esserci io in coda e che nonostante la nebbia e la pioggia tutto sommato mi stesse andando bene. Isoradio decise di sorprendermi passando le canzoni che di solito ascolto su Radio Deejay, e questo mi rilassò finche’ uscito da una galleria vicino a Roncobilaccio il sole apparve in uno splendido cielo azzurro! Guardai l’ora, erano le 8:00 precise, sembrò che la nostra stella avesse voluto timbrare in orario. Ero talmente felice di avere un po’ di luce che urlai CIAO SOLEEE! e mi fermai in una piazzola di sosta per fotografare il paesaggio. Evidentemente il sole doveva fare altri giri perche’ dopo un’altra galleria il tempo ritornò brutto. Superai Firenze e finalmente alle 9:02 fui al casello di Arezzo dove mi chiesero 12.10 € quando io mi sarei aspettato di pagarne il doppio! La città dista una decina di chilometri dal casello e arrivato nell’urbe chiamai Pina, lei era ancora in pigiama quindi ci dettimo appuntamento per le 10:30 davanti alle poste centrali. Decisi di parcheggiare in un parcheggio ad ore cosi’ da avere il tempo di incontrare Pina e girare. Ovviamente calcolai male la grandezza della Yaris e quella del parcheggio e sfregiai la punta esterna destra della mia amata macchina. Non sapendo con chi prendermela non me la presi affatto. Infilai il mio pesante zaino e comincio a camminare per Arezzo. La prima banca che incontrai fu la filiale della mia Banca! In cielo le nuvole passavano veloci lasciando spazio a una bella giornata, le strade erano semideserte e mi inerpicai su per il centro storico. Avrei dovuto procurarmi una mappa o non sarei riuscito a concludere niente. Mentre vagabondavo seguendo le indicazioni per gli uffici informazioni sbucai nella piazza del Duomo con il Municipio. La visuale di questi edifici fu una giusta ricompensa dopo una discreta salita. Fuori dal Municipio campeggiava il cartellone della mostra di Pina (Grande!), una volta infilatomi in un ufficio mi feci indicare dove fosse l’ufficio informazioni turistiche. Lo trovai subito, al banco c’erano un ragazzo e una ragazza. Lei, Chiara mi spiegò cosa ci fosse da vedere e mi indicò anche il palazzo delle Poste (Deo Gratias). Feci razzia di quante piu’ informazioni e depliants possibili e ottenni alfine una MAPPA! Il mio spirito di ex boy-scout fu appagato e potei finalmente incontrare Pina. Il palazzo delle poste era un edificio di media grandezza con dinanzi un parcheggio ricolmo di auto. Mi sedetti e ne approfittai per scrivere il diario di bordo. A un certo punto il cellulare si mise a squillare…era Pina, ed si trovava dietro di me solo che non mi aveva visto. Ci salutammo come se fossero passati solo pochi mesi dall’ultima -e unica- volta che ci eravamo incontrati. Invece erano passati sette anni. SETTE! Riapparirono nella mente i ricordi di quel viaggio da Salerno a Parma, in piedi nella carrozza d’estate con il caldo e il sovraffollamento. Poi le lettere scritte a mano prima dell’avvento delle email. Sette anni. Le feci un breve riassunto davanti a una colazione nel Bar “La Vita e’ Bella” nella piazza davanti alla chiesa di S. Francesco. Ovviamente le parlai anche e sopratutto della situazione sentimentale in cui mi ero ritrovato e di cui fatico a farmi una ragione. Vasco avrebbe detto “E io continuo a parlare di te, e chissà poi perchè“. Arezzo aveva una fragranza di arte e di camini accesi, sarà che ci hanno girato il film di Benigni o sarà l’aver incontrato una pittrice, ma sembrò che l’arte avesse voluto accompagnarmi. Pina mi espose la sua teoria e io non potei far altro che metterla tra le ipotesi che fin’ora avevo e ho collezionato. Si fece ora di pranzo, lei avrebbe dovuto assistere il nipote di 15 mesi e si sarebbe liberata nel pomeriggio, a quel punto mi congedai. A Pina dispiacque ma io le dissi di non preoccuparsi perche’ avevo visto che Arezzo non era poi cosi’ lontana e che entro le prossime 3 settimane avrei fatto ritorno. E questa era una promessa. Mentre mi avviavo alla macchina ricevetti un messaggio di Fiamma la quale mi chiese se avevo in programma di fermarmi a Valmontone così avremmo potuto conoscerci dopo anni di mail. Pensai che si poteva fare.. ma intanto un altro casello mi attendeva, ritornai insieme agli altri globuli rossi nell’arteria asfaltata, erano le 12:08 e i Tre Zozzoni su Radio Deejay avevano inaugurato il cacca day. Prossima tappa: Orvieto.
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Etruria regione Umbria

Il paesaggio dalla Toscana all’ Umbria diventò più florido di piante e colline. Giunsi al casello di Orvieto all’ ora di pranzo e lo stomaco reclamò la sua gabella. La città era distante qualche chilometro e scorsi l’insegna di un cimitero di guerra. Pensai che non ne avevo mai visto uno e se possibile mi ci sarei fermato finita la visita alla città. Orvieto si erge con le sue case a strapiombo senza balconi su un’altura che cominciai a risalire in auto. La vescica decise di firmare un accordo con lo stomaco ed entrambi cominciarono a reclamare odiosi diritti sindacali. Mi fermai in uno spiazzo a metà della salita verso la città, c’erano un Bar e una Necropoli. Entrai nel Bar e vidi le foto di panini maestosi, vestigia della migliore non-dieta mediterranea. Ne ordinai uno, allettato anche dal prezzo di 3,50 €. Ottenni il diritto al bagno e mi venero consegnate le chiavi per recarmi a firmare il contratto con Sig.ra vescica. Di nuovo nel Bar gli avventori si scambiavano pareri sulle previsioni meteo che mettevano neve, effettivamente il cielo era plumbeo ma non lasciava cadere niente su questa terra. Mi venne servito un panino ENORME con tanto di antipasto di bruschette. Era una vera opera d’arte e l’appagamento dell’occhio venne supportato da quello del palato. Chiesi alla barista il suo nome perche’ la consideravo una collega, un’artista. Conosciuto il nome chiesi a Rita se valesse la pena di visitare la necropoli e se sarebbe stato il rischio di infangarsi dato che era tutto bagnato. Lei mi spiegò che non era malaccio e che avrebbe dovuto essere a posto per camminarci - il tutto mi venne detto con l’accento che tanto viene preso in giro in televisione- . Mentre consumavo il panino gigante entrò un signore e ordinò un chinotto, poi si mise a parlare al cellulare in inglese. Sembrava che gli servisse un interprete. Mi sentii come Granpasso nella locanda del Puledro Impennato, “ecco l’hobbit che ha bisogno dei miei servigi” pensai. Ma il mio spirito mercenario non prese il sopravvento: non ero in viaggio per raccattare contratti. Salutai Rita ed eccomi nella necropoli. Aprii una porta con dentro delle persone, non c’erano biglietterie e dissi solo “Scusate, non ho capito come funziona per la necropoli” “Vai lungo il sentiero”. Ringraziai ma mentre camminavo un simpatico signore mi rincorse e disse con un sorriso, “Scusa ci abbiamo ripensato”. Insomma avevo aggirato i bigliettari, pagai il mio 1,50€ e mi venne aperto appositamente il museo con le spiegazioni degli scavi. La necropoli è sotto a una parete dove si erge la città, le tombe sono conservate in buono stato, il muschio colora tutto di verde e l’ambientazione ricorda molto una scena da Signore degli Anelli. Si udiva solo il vento e mi sentii un pò Indiana Jones nel girare da una tomba all’altra con il legno umido e le gocce che cadevano nelle pozze. Le iscrizioni in etrusco erano ancora visibili e conferirono al tutto una nota di mistero affascinante. Lasciai la necropoli e giunsi in città. La piazza al solito era deserta, pertanto decisi di fare qualche foto dalla funicolare. Nel gabbiotto stava una signora, le chiesi se sarebbe valsa la pena di fare un giro per scattare delle foto e lei mi disse di no (andando contro gli interessi dell’azienda per cui lavorava) la ringraziai di cuore e visitai i giardini pubblici. La vista dai giardini era mozzafiato, fui felice di essermi fermato in quei luoghi, trovai anche un albero in memoria di Carlo Giuliani ucciso a Genova durante il G8. Era la prima volta che vedevo qualcosa in sua memoria. Iniziai a salire direzione duomo…il freddo esterno contrastava con il caldo dei miei vestiti, ma come mi era venuto in mente di andarci a piedi! Ma ecco che apparve. Enorme. Vidi le pareti bicrome e pensai che fosse troppo grande per essere un duomo. Riconobbi l’idioma inglese e chiesi a due turisti cosa valesse la pena di vedere in citta’, loro mi consigliarono la cattedrale, “già quella basta e avanza”. E avevano ragione. La cattedrale era mozzafiato. Peccato che fosse vietato fotografare e doppio peccato che le luci fossero spente. Ma ovviamente la mia buona stella ci pensò su e qualcuno accese le luci lasciandomi basito ad ammirare tale spettacolo. Uscii, il tempo mi scivolava addosso e in serata contavo di essere a Salerno. Saccheggiai l’ ufficio informazioni dove una bella ragazza di nome Tiziana mi disse di visitare l’ Orvieto medievale o i frantoi ipogei. Uscii e lessi MUSEO. Entrai convinto di trovarvi reperti etruschi e archeologici ma feci male i calcoli, mi trovai sì in un museo, ma in uno di arte moderna. Ci trovai esposte opere a carboncino e bronzi, ma non dicendomi niente di che uscii dopo pochissimo sotto gli occhi meravigliati delle donne della biglietteria. Trovai il mueso archeologico nazionale, quello vero stavolta ed fu tutta un’altra storia. Il museo custodiva moltissimi reperti tra cui utensili vari e armature nonche’ gioielli di pregievole fattura. Il Sig. Luciano mi mostrò anche gli affreschi di due tombe che aprì appositamente per me. Che fortuna! Ringraziai i dipendenti per il loro lavoro e mi diressi verso la Orvieto medievale. La mia attenzione cadde su una torre con un orologio. Entrai per chiedere il costo del biglietto e se si potessero fare delle foto da sopra la torre. Salutai con il palmo alzato il signore presente il quale mi chiese se fosse un saluto fascista. Percepii che la mia risposta avrebbe influenzato il trattamento che mi sarebbe stato offerto. Risposi che no non si trattava assolutamente di saluto fascista ma che anzi significava che la mia mano era disarmata e che giungevo in pace. Lui mi risponde che ciò era male perche’ come diceva Eduardo “bisogna essere sempre armati contro l’ipocrisia”. Credetti che questa persona avrebbe potuto offrirmi e insegnarmi qualcosa cosi’ iniziai la salita della torre e rimandai a dopo una chiacchierata. Dopo un po’ andai in debito d’ossigeno e alla fine sbucai in cima alla torre. La vista era incredibile!! Poi partì la campana alle mie spalle e il cuore mi si fermò, confermandomi che avevo perso almeno 2 anni di vita. Scesi e notai i contrappesi che servivano per bilanciare la torre. Mi presentai al signore di prima, Angelo e parlammo sopratutto di politica. Mi telefonò Alexandro e purtroppo lo dovetti liquidare per continuare a parlare con la persona che avevo appena conosciuto. Si discusse di varie analogie con la politica americana e quella italiana e il casino che stava succedendo alla costituzione. Lui fu una sorpresa continua sopratutto per le citazioni che fu capace di elencare. La cosa che odiava di più era l’ipocrisia e fui d’accordo. La chiacchierata si protrasse ma per me venne il tempo di rimettermi in viaggio. La città avrebbe meritato almeno un giorno intero per essere visitata ma a Salerno mi attendevano. Salutai Angelo e finii con una sua foto la memoria della macchina fotografica. Feci il pieno e mi ritrovai con gli altri globuli rossi in direzione Sud. A quel punto la stanchezza cominciava a farsi sentire, il traffico diventava più intenso e verso Napoli incontrai il buio e poi la pioggia. Vicino a Nocera fui indeciso se fermarmi a salutare un attimo Zia Franca & Co. o se semplicemente avvisarli che fossi lungo l’autostrada vicino al loro palazzo e suonare il clacson una volta raggiunto quel punto. Optai per la seconda opzione, mi rispose Sofia la quale era influenzata o perlomeno ne aveva tutti i sintomi. Raggiunsi infine Salerno sotto un acquazzone tremendo. Ero stanchissimo, avevo fatto 741 Km e volevo solo farmi una doccia. Bussai a casa Manzi e c’era solo Manuela -nonostante fossero le 20…- niente avrei dovuto prendere i bagagli da solo sotto l’acqua. Portai in casa le mie fradice chiappe e comparve zia che mi accolse con gioia. Anche io ero contento di essere a Salerno dopo tanti mesi e di esserci arrivato da solo, in macchina oltretutto. Raccontai il perche’ della mia decisione di partire e la reazione dei miei. E per la seconda volta nella giornata parlai di colei che mi ha accartocciato il cuore. Arrivarono in casa anche Francesco e Nico e facemmo 4 chiacchiere mentre consumai l’abbondante pasto non senza aver prima assicurato il mondo sul mio stato di salute. Mi vennero serviti pasta, mozzarelle, pomodori, tutto squisito. Iacopo assurto a mio biografo ufficiale mi chiamò e fece conoscenza di mia zia Rosetta la quale mi consigliò di fermarmi per carnevale. Non sapevo che fare, ero dubbioso, avrei già dovuto stravolgere il mio viaggio concedendomi agli ozii dai parenti? Volevo solo farmi una doccia al momento ma non era possibile…il tecnico era venuto in giornata e la doccia sarebbe stata fruibile solo l’indomani. Decisi allora di darmi una rinfrescata a pezzi e mostrai a zia le foto della giornata. Si fecero le 23, alle 8 avrei dovuto pagare il parcheggio. Chiesi di essere svegliato alle 6, augurai buonanotte a tutti e sprofondai in un sonno pesante.
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Tuesday, February 28, 2006

Martedì Grasso in Lucania: la natura è qui.

Aprii gli occhi nel buio della camera. Riconobbi il rumore della pioggia sul balcone, dall’intensità si sarebbe detto un acquazzone. Mia zia entrò poco dopo, le palesai che ero sveglio. Mi alzai barcollando, non stavo bene, ero stanchissimo e l’immagine che mi fornì lo specchio del bagno fu implacabile: occhi rossi, faccia gonfia e occhiaia da manuale. Ero titubante se partire o no, fuori il sole doveva ancora sorgere, la pioggia era costante e il sottoscritto non riusciva a “svegliarsi”. Mi mancava la lucidità di pensiero e avrei potuto mettermi in pericolo in autostrada, chiesi a mia zia se avesse potuto pagare il parcheggio per me perchè me ne sarei tornato a letto. Detto fatto, appena rientrai nel mio tiepido giaciglio tornai a dormire come un bimbo. Riaprii gli occhi, il buio che mi aveva accolto al risveglio aveva ceduto a qualche spiraglio di luce. Non sentivo più la pioggia, rumori vari provenivano dalle camere e dalla cucina. Mi ressi in piedi, sentendo che le forze mi erano tornate, ed … erano le 10:05. Zia mi avvertì che il parcheggio sarebbe scaduto alle 10:30. Mi servirono solo 4 minuti per realizzare che avrei potuto compiere anche questa tappa e ne impiegai altri 2 per avvertire genitori e parenti della mia partenza in direzione Taranto. Zia ci rimase un pò male, aveva organizzato delle lasagne da martedì grasso, ma capì il mio spirito da vagabondo e mi abbraccò stretto. Fu un abbraccio molto particolare, espresse il dispiacere per la partenza e l’affetto accompagnato dall’ augurio di un buon viaggio. Ringraziai zia per tutto e raggiunsi la mia vettura. Uscire da Salerno non fu difficile, le strade le conoscevo a memoria grazie alle decine di viaggi fatti da passeggero assieme ai miei, la soddisfazione di essere da solo e conoscere le strade era grande. Inforcai la Salerno-Reggio Calabria senza passare da un casello…mah… il tempo stava cambiando veste e le nuvole si alternavano finche’ iniziò a nevicare. Si trattava di una neve sottile ma era pursempre neve, intanto scorreva di fianco a me un paesaggio montano e sempre più selvaggio. Vidi montagne sventrate dall’uomo e altre che avevano lasciato cadere le loro viscere sopra a quest’ultimo. Uscita Sicignano….uscii…senza casello…(??) ed mi ritrovai ad un incrocio alla fine dello lo svincolo: un’indicazione per MATERA con il colore dell’ autostada, un’ altra per POTENZA con il colore della statale e l’ultima per REGGIO CALABRIA verde autostrada. Presi deciso per Matera e mentre guidavo mi resi conto che questa autostrada sul mio Atlante non era segnata. E l’Atlante era del 2005! Infatti a un certo punto finì la strada. Letteralmente. Nel vuoto. Perplesso tornai indietro e presì in direzione Potenza ma presto sparirono le indicazioni da statale e la strada si trasformò in un percorso di guerra… Feci manovra appena possibile e ritornai sulla Salerno Reggio Calabria diretto verso Sud. Ed ecco che accadde: un’altra uscita SICIGNANO e nella migliore sceneggiatura stile Matrix mi ritrovai in un incrocio identico a prima. Presi ancora l’autostrada inesistente facendolo sapere ad alcuni amici via sms tra cui Alex che mi rispose “Guarda che stai tenendo la mappa al contrario”. La strada era quella giusta e in breve stavo guidando sulla famigerata Statale che lascia soli. Il traffico era fantasma e anche le stazioni di servizio, insomma mi resi conto che questo tratto sarebbe stato un buon momento per pensare tra me e me e pregare di non rimanere a secco o in panne nel nulla più totale. L’assenza dell’uomo si manifestò anche con l’avvicendarsi di falchetti e aquile che volavano indisturbati. Persa ogni speranza di poter ascoltare Radio Deejay o Isoradio e non volendomi sottomettere a Radio Maria rimasi in ascolto di Radio Radicale da cui il conduttore chiedeva a chi prendeva la linea chi avessero votato e chi avrebbero votato e se questi non smadonnavano gli faceva dire anche il perchè. Inutile dire che le telefonate furono un valzer di populismo, bestemmie, insulti e complimenti tali da farmi ridere di gusto. Poi di colpo alla mia destra apparvero delle cime innevate, splendide guglie rocciose che vegliavano sulla valle e su quella lingua d’asfalto. Le superai e lessi un’insegna: PIETRAPERTOSA. Allo svincolo notai che la benzina cominciava ad essere pochina per raggiungere Taranto, fermai la macchina lungo la strada in salita e chiesi a due uomini se la strada fosse giusta per Pietrapertosa e se ci fosse un distributore di benzina più avanti o al paese. Mi dissero che sì la strada era quella ma che per la benzina avrei dovuto prendere la statale e proseguire o andare in un altro paese. “Ma quanti Km potete ancora fare?” “Mah credo intorno al centinaio” e loro in coro Dolby Stereo “Eeeh allora!”. Li ringraziai e continuai a salire mentre uno mi urlò mentre mi stavo allontanando “Attenzione che sta scendendo lo spazzaneve!”. Pensai :Spazzaneve?! Ma se le strade e i campi sono puliti… Più salivo e più gli indizi cominciavano a formare una prova… mucchietti di neve nelle zone d’ombra finchè subito dopo una curva a cucchiaio l’asfalto non esistette più e un manto umidiccio e scivoloso mise alla prova le mie gomme da neve. Decisi di affidarmi alla mia buona stella anche perchè il sole era una sicurezza, almeno non avrebbe potuto nevicare ancora! Intanto ciò che avevo visto dal basso ora mi si presentava all’altezza del mio sguardo e non fu meno affascinante. Mi trovavo sulle dolomiti lucane che nulla hanno da invidiare a quelle settentrionali. A Pietrapertosa l’aria era fredda, frizzante e profumi di cucine si mischiavano all’odore della legna ad ardere nei camini. Il paese era come adagiato su queste montagne, e mi ricordò uno dei presepi che ho visto a natale. La macchina mi richiese qualche sforzo in più per governarla senza rovinare muri e altre macchine, qui sopra la neve stava fondendo ma era pur sempre tanta. Parcheggiai la macchina in discesa slittando in retromarcia e rischiando grosso. Per fortuna avevo gli scarponi dietro il sedile del passeggero. Mi dimenai tra lo sterzo e lo schienale riuscendo alla fine ad infilarmi le calzature adatte al luogo. Entrai in un negozio di frutta e verdura dove feci la conoscenza del signor Donato che mi spiegò cosa ci fosse da vedere e dove avrei potuto mangiare. Il borgo era deserto, e avevo una fame da lupi, entrai nel primo ristorante ma… il locale era dipinto di nero (o sporco di fuliggine) e c’erano 6 uomini che bevevano in piedi urlando. Alla mia comparsa si creò il silenzio, il locandiere mi guardò e prima che potesse sgamarmi con una domanda mi inventai la richiesta di un’informazione turistica “Vado bene per la chiesa? Vorrei fare anche delle foto al paese!”. Due dei clienti mi spostarono come se fossi un burattino e mi indicarono dove andare, mi chiesero se le foto fossero per lavoro e gli risposi di no. Sparirono alle mie spalle dentro il locale. La neve continuava a fondere e le strade erano come dei piccoli torrenti in piena, lo sciabordio di questi fiumi artificiali a misura di puffo era l’unico rumore lungo il paese. Avevo molta fame al momento, sarà stata l’aria di montagna, sarà stato l’inerpicarsi lungo questi vicoletti in piena, ma mi fiondai a testa bassa in un’altro ristorante. La scena di prima si ripropose. Questa volta però il proprietario aveva una faccia rassicurante e vidi che i tavoli erano apparecchiati. Mi feci accompagnare a uno di questi e mi ritrovai da solo in una bella sala rustica. Una donna venne a chiedermi cosa volessi da mangiare. Dopo essermi fatto elencare la lista dei piatti optai per una bottiglia d’acqua, delle orecchiette col sugo di carne e una salsiccia arrosto con contorno di insalata. Sentii i rumori della cucina e la donna parlare col proprietario. Ero solo a pranzo e la cosa mi intristiva così ne approfittai per iniziare conversazione con la signora che mi portò delle bruschette come antipasto. Intanto la figlia si mise a pranzare dietro un paravento e fui indeciso se chiederle di farmi compagnia. Alla fine pranzai da solo conversando a tratti con chi mi portava il cibo. Era tutto buonissimo e mentre mi godevo la cucina lucana una domanda mi ingarbugliava i pensieri: Ma chi era di Pietrapertosa? In quell’istante l’immagine di una foto del paese incorniciata e appesa nello studio di mio zio a Salerno mi apparve. Ma sì! Zio Vito non era di Pietrapertosa? Chiesi se vi fossero delle famiglie Manzi in paese e dopo un breve consulto il padrone mi confermò che c’era un Alfredo Manzi ma che tutti i suoi figli erano a Salerno. Salerno… strana coincidenza. Ad ogni modo non credevano che ci fosse un legame tra il Vito Manzi a cui avevo fatto riferimento e l’ Arturo Manzi in paese. La seconda coincidenza saltò fuori quando facendo la lista dei parenti menzionarono un Nicola di Firenze. Che fosse lo stesso zio Nicola di cui avevo sentito parlare? Quello di Firenze? Tre coincidenze fanno una prova. Feci una foto alla famiglia del Piccolo Ristoro le Rocce e pagai un prezzo irrisorio per quanto avevo mangiato: 11 euro. A pancia piena girovagai per il paese, il sole era caldo e mi decisi a chiedere a mia zia se ci fosse un parente in zona di nome Arturo. Ma il cellulare non prendeva. Rischiai. Chiesi nel primo ristorante (quello oscuro per intenderci) dove abitasse Arturo Manzi e mi venne indicata una stretta porta lungo la strada. Bussai. Niente. Quando le mie nocche furono prossime a posarsi nuovamente sul legno sentii delle frasi inquisitorie in dialetto. Il tono non era rassicurante, dopotutto ero andato a bussare dopopranzo, ora di siesta e riposo. Fui indeciso se andarmene o restare. Mentre facevo questi pensieri la porta venne aperta e un robusto signore mi chiese da dietro gli occhiali: “Voi chi siete?!” “Salve, sono Stefano Pertosa il nipote di Vito Manzi” “Vito? Eh mio cugino… è morto qualche anno fa, e così voi siete il nipote? Prego entrate!” Mi accolse calorosamente, era molto felice di ricevere visite. Le scale ci condussero in una stanza un pò affumicata con suppellettili e soprammobili abbastanza datati. In un angolo c’era la stufa che bruciava la legna scalndando e affumicando l’ambiente. Le tre pareti “libere” ospitavano un letto, un piano cottura e un mobile. Arturo era in imbarazzo per lo stato della camera ma lo rassicurai, da universitario avevo visto di peggio. Ci raccontammo un pò di noi stessi e venni a scoprire che lui andava e veniva da Salerno e che però quando è si trovava qui nessuno lo andava a trovare; possedeva due case e mi invitò a tornare per Pasqua con chi avessi voluto, amici o ragazza perchè sarebbe stato felicissimo di ospitarmi. E così capitò che in questo viaggio il destino volle che incontrassi e consocessi un parente non diretto ma che mi trattò da congiunto. Le persone che avevo incontrato fin’ora in lucania erano state campionesse di ospitalità, cordialità, disponibilità e gentilezza. Arturo intanto si rammaricò di non aver potuto offrirmi il pranzo, io gli dissi di non preoccuparsi e che purtroppo avrei dovuto rimettermi in viaggio verso Taranto ma questi continuò a marcarmi stretto per un caffè un amaro o qualcosa. Vidi che ci teneva e alla fine cedetti, mi feci accompagnare al ristorante oscuro, sorbii il mio caffè dopo averlo colmato di zucchero - ma per me che non ne bevo quasi mai fu comunque una tortura- salutai con affetto questo parente che il destino mi aveva fatto trovare e lasciai Pietrapertosa con la ferma intenzione di tornarci.
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Wednesday, February 1, 2006

Matera e una cena devastante…

Una volta ritornato sulla statale l’occhio mi ricadde sull’indicatore del carburante… Dovevo fare benzina ma nonostante continuassi a macinare Km non si vedevano stazioni di servizio. E poi apparve. Mi infilai in questo spiazzo in cui vi erano solo 4 pompe vecchie e arrugginite più una panda rossa vicino al capanno del benzinaio. Guardai dove avevo fermato la macchina… le aree accanto alle pompe non avevano l’asfalto ma lastroni di pietra… oltretutto non si manifestava nessuno, comincia a temere di essermi fermato in una stazione di servizio abbandonata. D’un tratto sbucò una vecchietta bassa vestita di rosso e senza denti che mi mise un misto di tenerezza e paura, la quale con voce vispa mi chiese: “Quanto mettiamo?” controllai a memoria i miei fondi e le dissi di mettere 10 euro di verde. L’arzilla vecchina armò la pompa e mi venne in mente che giacchè ero lì avrei potuto fare il pieno: “Accettate il Bancomat?” “Bancomat? No! Qua non ci sta manco la linea telefonica!” “Certo che siete un’oasi in mezzo al deserto!” “Ha detto bene signore: deserto, qua non ci sta niente, i giovani vanno tutti a studiare e a lavorare al Nord, nessuno pensa a noi manco la Regione”. Ringraziai e salutai l’anziana benzinara e mi diressi verso Matera peccato che la velocità non mi permise di svoltare a Tricarico (ah-ha ecco da chi ha preso il nome quel cantante) segnalata come città d’arte. A Matera mi aspettavo i famosi “Sassi” ma la città era normalissima. Parcheggiai per cercare un ufficio informazioni e mi imbattei in un gruppo di simpatici ragazzi che mi apostrofarono con “lei” e “signore” (Aaargh sono così vecchio a 23 anni appena compiuti?) e mi indirizzarono verso un’agenzia turistica cammuffata da Ufficio Informazioni. Li ringraziai e li fotografai dopo aver chiesto conferma della stazione delle FS fatta vedere alle IENE: una stazione in mezzo al nulla con tanto di binari, peccato che non fosse vicinissima alla città. All’ agenzia comprai una mappa della città a 2 € (ammazza!) e mi feci spiegare come accedere ai famigerati “sassi“. Vi era una via ma si trattava di una ZTL, una zona a traffico limitato e prendere una multa non era tra i miei programmi. Pareva però essere l’unica via e multa o non multa mi ci inoltrai. Arrivai in uno spiazzo dove mi si presentò uno scenario emozionante: un canyon! Un profondo enorme canyon correva davanti e sotto di me, e dietro le mie spalle vidi Matera con i suoi sassi. Fu la seconda locazione cinematografica che mi capitò di visitare dopo Arezzo e devo ammettere che Mel Gibson ha avuto le sue ottime ragioni per girare qui “The Passion“. Mi mossi in fretta perchè il sole stava tramontando e perchè temevo potesse spuntare un vigile urbano da un momento all’altro. Mentre fotografavo a destra e a manca mi accorsi che avevo finito la memoria della macchina fotografica. Non vi erano negozi nei dintorni, ero im un una ZTL e il sole andava tramontando. Scorsi l’insegna di un B&B (Bed and Breakfast) ma andai a bussare all’entrata di un Pub: lo Shangrilà. Mi aprì una donna che mi squadrò un momento e mi rivolse un dubbioso “Sì?” “Salve, avrei bisogno di aiuto, o meglio di un favore se possibile” “Prego entrate” Le esposi il mio problema fotografico e lei chiamò il marito, il marito acconsentì a farmi scaricare nella chiavetta USB le foto. Mi inchinai alla loro disponibilità, feci quello ciò che dovevo e fotografai il loro locale. Ringraziai il Sig. Cosimo e la Sig.ra Annamaria e raggiante per tanta cortesia mi diressi verso il belvedere. Nel mentre a Radio2 una donna che era stata bambina durante il terzo Reich e che aveva visitato il bunker di Hitler durante gli ultimi giorni mentre piovevano bombe a Berlino, esponeva il suo punto di vista su la situazione dei tedeschi durante il nazismo. Il belvedere alla fine fu degno di questo nome. C’era un’altra macchina con dentro un anziano signore che fissava il paesaggio. Un vento freddo e continuo mi spazzò, decisi che non mi sarei fermato più fino a Taranto. Lungo la strada lessi che avevo percorso 997.9 Km. Inutile. Al millesimo Km contraddicendo quanto mi ero detto qualche minuto prima mi fermai e immortalai il contachilometri. Calò la sera e decisi di non prendere l’autostrada Bari-Taranto ma di proseguire lungo le statali. Lasciai la Basilicata ed arrivai in Puglia, terra di uno dei rami della mia famiglia. Giunto a Massafra ripetei il copione del tragitto mentale memorizzato dopo anni e anni di spostamenti con i miei genitori ma un imprevisto mi costrinse a deviare. Era Martedì Grasso e il centro di Massafra era chiuso al traffico per la sfilata dei carri. Con indicazioni varie mi persi e dopo aver girato un paio di volte al di fuori del paese mi ritrovai nel buio con muretti a secco e ulivi secolari ai lati ma nessuna indicazione e impossibilitato a tornare indietro proseguii. Eera la prima volta che provavo un pò di paura per essermi perso, non avevo idea di che strada percorrere per tornare sui miei passi, non c’erano persone a cui chiedere indicazioni e non ero in grado di vedere qualcosa che avrebbe potuto orientarmi. Lo sconforto scomparve appena raggiunsi Crispiano. Che gioia! Ero vicinissimo al paese di mio nonno, ed infatti le indicazioni per Statte fecero capolino. Arrivai a Statte dalle colline anzichè dalla pianura che porta verso il mare, erano le 17:53 ed ero in tempo per la cena di quella sera. Parcheggiai vicino a casa di mia Nonna e le bussai. Mi aprì e ci abbracciamo e in quel medesimo istante la macchina davanti a casa sua se ne andò. “Nonna tienimi il posto auto che faccio il giro e parcheggio qui!” “Va bene Stefano ma fai in fretta che qua fuori fa freddo!”. Arrivai davanti a mia nonna e ingranai la retro per parcheggiare ma mia nonna non si spostava… arretrai di altri 20cm e lei rimase ferma a fissare la macchina… Pensai: “Ma vuole farsi mettere sotto?!?!” Lei si avvicinò al mio finestrino, tamburellò con un dito sul cristallo e disse “Scusi ma mio nipote…” trattenni le risate e le urlai “WEEEEEEEEE NONNAAAAAAA!”. Il soldato che era stato fino a qualche secondo prima si sciolse in risate, insomma ce la ridemmo insieme. Trasportato il necessario in casa, avrei voluto farmi una doccia ma erano le 18:10 e in 20 minuti avremmo dovuto dirigerci a cena quindi desistetti optando per una lavata a pezzi. Nonna mi informaò che ad ogni modo per fare la doccia ci sarebbero state da spostare alcune cose…Uhm… Si sarebbe ripetuta la maledizione del non poter fare una doccia da manuale? Mentre aspettavamo che venissero a prenderci Nonna mi aggiornò un pò sulla situazione del parentado in generale e io le raccontai della mia. Passarono abbondantemente le 18:30 e io feci telefonate a destra e a manca per confermare che fossi vivo. Alle 19:30 eravamo finalmente in macchina con zio e zia (auguri!) diretti verso Crispiano. Raggiungemmo un ristorante, il Villa Maria con tanto di Piscina, giardino enorme con lanterne e un freddo bastardo. Sorpresa delle sorprese al compleanno si trovavano tutti, le zie coi rispettivi mariti e i miei cugini con le rispettive compagne, insomma una botta di Culo con la C maiuscola trovarli tutti in un colpo solo. Finalmente incontrai mia nipote Arianna che non avevo mai incontrato dalla sua nascita e pensare che ha quasi 4 anni. Il marito di mia cugina, Gigi, è sempre uguale sopratutto ha quella partenopeicità che mi fa sbudellare dalle risate. Ero stanco e abbassai la guardia. Avevo dimenticato che per le grandi occasioni come questo compleanno dei 50 delle zie gemelle, il rito è un pasto ma più che altro un evento devastante per chi è abituato allo stile settentrionale. La stanchezza infatti mi aveva fatto ignorare la coppia vicino alla tastiera e al microfono. Morale della favola mi ritrovai a presenziare un pasto gargantuesco con antipasti che spaziavano dalle olive alla pancetta alle bruschette alle mozzarelle, insomma ogni ben di Dio. Poi il primo. Intermezzo danzante. Il Secondo con i contorni. Intermezzo danzante. La frutta. Intermezzo danzante. E la torta con bomboniere in omaggio per gli invitati. Mangiai di gusto ma la lunghezza di questo iter mi fu letale, uscimmo all’una di notte. Risparmiai le forze per svuotare la memoria nel Pc di mio cugino Michele e tornarmene a casa di mia nonna dove indossato il pigiama mi lasciai finalmente rapire dal sonno.
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Requiescat in pacem.

Mi svegliai tardi con tutte le ragioni per farlo. Casa vuota, meteo godibile. Anche stavolta niente doccia, troppe cose da spostare. Mia nonna ritornò poco dopo che ebbi finito di sistemarmi. La portai a casa di una sua amica con cui ha creato una sorta di orecchietta connection, sono fenomenali queste donne: producono etti e etti di orecchiette. Pensai che se ci fossimo messi a venderle sulla grande rete avremmo fatto i soldi a palate… L’ amica di mia nonna e il marito furono felicissimi di rivedermi, mancavo da Statte da anni e loro mi avevano crescere a tappe, brevi momenti corrispondenti alle calate vacanziere con i miei genitori. L’ affetto genuino che mi veniva offerto in questo viaggio, parte di un viaggio più grande mi alimentava come un potentissimo carburante. E cercavo di ricambiarlo nel modo migliore. Dopo una breve sosta in quella casa ci dirigemmo al cimitero del paese dove riposano le spoglie dei miei avi da parte paterna. Il sole faceva brillare i colori sui muri e quelli della natura, la primavera stava arrivando prima in questa parte del mondo. Il contrasto tra un luogo che per definizione occidentale è triste e i colori degni di una festa mi fecero riflettere su come ci si affanni per non uscire dagli schemi comportamentali a seconda del luogo e dell’ ora. Davanti alle lapidi dei miei bisnonni venni a conoscenza di un aneddoto molto interessante: il mio trisavolo, il nonno di mia nonna era un… prete. E non solo. Ricoprì diverse cariche tra cui quella di sindaco, un Berlusconi ante litteram insomma, e costui ebbe ben 21 figli con la stessa donna. Il mio scetticismo nel confronto di queste notizie fu palese a mia nonna la quale proseguì il suo racconto fornendomi i particolari di quello che potrebbe benissimo essere un copione hollywoodiano: il mio bisnonno era stato adottato perchè il prete “libertino” dava in affidamento agli orfanotrofi i prodotti dei suoi lombi. Venuto a conoscenza di questo fatto ebbe bisogno del certificato di nascita e di battesimo e si mise alla ricerca del padre. Una volta trovato questi ammise non solo la sua paternità, ma quella di ben altri 20 pargoli e colto da “forse” amore paterno ci tenne a rivelare al mio bisnonno dove lo avrebbero sepolto. Il mio bisnonno evidentemente e giustamente schifato disse che non voleva avere più niente a che fare con lui. Per questo io ignoro dove sia sepolto e chi fosse realmente il mio trisavolo e appresi dunque che il cognome di un ramo del mio albero genealogico è “fittizio” come il cognome acquisito dal mio bisnonno e successivamente da mia nonna. Raggiunta l’ala dedicata dalla società di Mutuo Soccorso a mio nonno mi fermai con mia nonna davanti alla sua pietra tombale. Chiesi a mia nonna di lasciarmi solo per qualche minuto che l’avrei subita raggiunta. Salutai mio nonno e fu per me un momento di pronfonda commozione. Iniziai a piangere e a parlarci. Finalmente ritornavo a trovarlo nel luogo fisico e non mentale, gli palesai il mio sentire la sua mancanza e lo ringraziai per la sua presenza che sentivo in ogni momento dalla sua scomparsa e che sento ancora oggi. Nella mie orecchie la sua voce mi colse due volte, nella prima mi disse “Vedi di fare il bravo” e mentre gli spiegavo il mio dispiacere nell’ aver causato preoccupazioni ai miei cari e la mia difficoltà a riequilibrarmi in questo momento per me molto difficile a livello sentimentale sentii “Non ti preoccupare, col tempo tutto si aggiusta”. Cercai di ricompormi al meglio. Ritornato in presenza di mia nonna lei mi raccontò un pò di storie di coloro che erano stati deposti in quel luogo. La memoria di mia nonna mi stupisce ancora oggi. Dopo averla riaccompagnata a casa mi recai all’officina da mio zio per fargli esaminare l’auto. Questo era un gesto dovuto per far scendere la pressione a mio padre il quale era preoccupato per lo stato di efficienza del mio veicolo, in particolare mi dava dell’irresponsabile ad aver intrapreso un simile viaggio senza aver precedentemente “sistemato” l’automobile. Ovviamente la Yaris era in perfette condizioni, reduce da un tagliando poco più di un mese prima. Tornato a casa mi misi ad attendere la mia amica Asia che proprio quel giorno passava a Statte per pagare l’assicurazione dell’auto. La mia buona stella continuava a seguirmi, infatti in un qualsiasi altro giorno lei sarebbe stata a Bari dove lavora tutt’ora. La incontrai e ci aggiornammo sulle rispettive vite ed assolte le formalità burocratiche ci lasciammo con l’accordo di rivederci quando sarei passato per Bari. Il primo pomeriggio si faceva strada allungando le ombre delle case dal tetto piatto. Pranzai velocissimamente e mi diressi verso Alberobello, pronto a ritornarci per la terza volta dopo molti anni.
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Monday, January 2, 2006

Turista fai da te? ahiahiahiahiahi

Presi la strada che conduce verso il quartiere Tamburi a Taranto, zona decisamente malfamata e sconsigliata da quasi la totalità delle persone con cui si abbia possibilità di parlarne. All’ orizzonte si stagliava l’onnipresente odiosa ITALSIDER che mi aveva accolto viscidamente appena sceso dall’auto la sera prima. Inquinamento e devastazione, questo complesso siderurgico è come un cancro che ha consumato quanto ci fosse intorno e continua a farlo espandendosi, di notte i fumi i fari di vari colori e le fiamme riproducono uno scenario alla Blade Runner, e la puzza che emanano le sue ciminiere si avverte per chilometri a seconda del vento. Le precipitazioni impregnate delle polveri e dei fumi di questo mostro industriale corrodono le insegne stradali e tingono di rosso gli elementi del paesaggio che non possono essere sostituiti come l’acquedotto romano che corre parallelo a uno dei lati del gigantesco complesso. Allo svincolo sbagliai subito strada, era evidente che molti cartelli erano stati girati e la maggiorparte rimossi, ma non me la presi un granchè, dopotutto che opportunità offrivano i qualtieri alveari ai loro abitanti, schiacciati tra Taranto e l’Italsider? Alla fine mi orientai e cominciai a salire la Murgia tarantina che come un quadro mi offriva i suoi dettagli geometrici composti da filari di ulivi e muretti a secco veri e propri valli di Adriano o Muraglie cinesi in minatura. Branchi di cani rangai vagavano per le campagne, molti di questi pericolosi per il loro comportamento e per il fatto di essere veicoli di malattie, il randagismo è diffuso in questi luoghi e ne ebbi la conferma con le 5 carcasse di cani vittime del traffico lungo il mio tragitto. Raggiunsi Martina Franca e chiamai Lorenzo chiedendogli consigli su cosa vedere. Lui mi consiglià il centro storico e mi chiese di fargli qualche foto dato che lui non riusciva a tornarci da anni. Le vie erano addobbate di rifiuti, la città doveva ancora smaltire i postumi del Martedì Grasso. Proseguii verso Locorotondo che si erge sulla statale come Orvieto. Alla fine eccomi ad Alberobello. Nessuno. La pro-loco era chiusa. Decisi allora di entrare nel comune per chiedere informazioni e appena varcata la soglia dietro di me un odioso incalzare di dica..diCA..DICAA. Mi voltai e squadrai il soggetto responsabile di quella litania: un vigile uscito forse troppo tardi da una discoteca, abbronzato con occhiali a specchio e i capelli lisciati da un’abbondante uso di gel. Gli sorrisi e lui mi indirizzò verso un Ufficio Informazioni Turistiche. All’interno una ragazza non ebbe molto da dirmi e ancora meno da darmi…nessuna cartina, mappa, guida o depliant. Pensai che fosse una vergogna che un sito classificato come patrimonio dell’ umanità dall’ UNESCO (cosa peraltro ribadita da larghi cartelli lungo la strada) non potesse fornire informazioni a chi si trovasse a passare da quelle parti. Pochissimi negozi erano aperti, l’aria era simile a quella di un luogo balneare in inverno e una volta raggiunto il trullo siamese mi resi conto che la porta era chiusa. In quel preciso istante una ragazza comparve da dietro un angolo e andò ad aprire quella ciò che fino a pochi secondi prima era inaccessibile. Le spiegai la mia situazione elei mi istruì sulla città e su cosa vedere con estrema accuratezza….era una guida!! Ringrazia la mia buona stella e lei e mi venne in mente che il materiale che stavo raccogliendo con questa esperienza avrebbe potuto costituire un buon tema per la tesi di laurea. Fu così che da Alberobello in poi usai una mezza-bugia bianca presentandomi come studente in odor di laurea -ma non troppo- in viaggio per raccogliere materiale per la tesi “Variazioni antropologiche e architettoniche nell’ Italia settentrionale, centrale e meridionale”. Parlammo per poco, il cielo peggiorava e avevo ancora molto da vedere. Mentre mi recavo alla Chiesa vagando di trullo in trullo la gente mi guardava….pensai “Eh sì gente, è arrivato lo straniero” e risi della mia stupidità. Ritornando sui miei passi salvai il pallone di un ragazzino un paio di volte, fui l’uomo giusto al momento giusto. Decisi di effettuare qualche scatto dal Belvedere e uno storpio su una sedia a rotelle mi fermò dicendomi: “Posso darti un volantino?Non voglio soldi” “Certo.”"Tu credi che Dio sia nella Bibbia?” ‘Discutemmo’ sul fatto che la gente conosce poco della Bibbia e che molti non l’hanno mai letta. Lui mi disse che i segni della fine del mondo erano vicini. Insomma ero incappato in un testimone di Geova. Lui mi dsse che in passato era stato un ladro (alla faccia della punizione divina!) Affermai le mie tesi sulla misericordia e sul perdono e mi congedai prendendo i suoi volantini. Non mi sentivo bene, mi diressi verso Castellana grotte e al mio arrivo intuii quello che mi sarebbe stato palese da lì a qualche minuto. Tutto era deserto, troppo deserto. Morale della favola le grotte erano aperte solo al mattino. DIO! Prima la pochezza di informazioni ad Alberobello ed ora le grotte chiuse. A quel punto cominciai a stare male, la testa che prima mi infastidiva leggermente cominciò a dolermi, decisi di tornare a Statte senza fermarmi. Infatti l’unica sosta che feci fu per mettere 5 euro di carburante nel serbatoio. Niente Locorotondo e niente Martina Franca. La testa mi scoppiava. Nonna fu sorpresa di rivedermi così presto, la testa mi ronzava, mi sentivo sporco e con delle unghie troppo lunghe. Ottenute le forbicine notai che erano senza filo da come la prima unghia mi si scheggiò malamente. Trovai Michele a casa, stava guardando la Foresta dei Pugnali Volanti. Feci la solita operazione Foto–>Usb e mi tagliai le unghie finalmente con una forbicina decente. Dovevo risposare non ce la facevo più. A casa di nonna lei organizzò freselle coi pomodorini e cuori di carciofo. E’ andata, il cibo calma il dolore e ricevo la telefonata di mia cugina, la moglie di Gigi il quale mi aveva invitato a cena proprio quel giorno. Le spiegai la mia situazione e mi scusai di cuore, chiedendo perdono anche per il fatto di non poter passare a salutare dato che sarei partito presto la mattina dopo. Nel mentre la nazionale di calcio strapazzò la Germania con un risultato finale di 4 a 1 di cui le prime due reti per noi segnate nei minuti inziiali. A letto persi letteralmente i sensi sul cuscino preso in prestito dal divano. Abbandonai il mondo reale in fretta senza preoccupazioni per come sarebbe stato il mio futuro.

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Verso Capo Sud

Mi svegliai incredibilmente presto, l’orologio segnava le 5:20. Avevo ancora un pò di mal di testa così decisi di farmi un trattamento Reiki abbastanza veloce. Cominciai a prepararmi e salutai nonna, la quale ad ogni mio grazie rispose con una versione edulcorata di “Sì, grazie al c…o”. Io ero contento di averla rivista e lei era contenta che io fossi passato a trovarla, e questo mi fece lasciare Statte a cuor leggero. Feci il pieno e dopo qualche Km inevitabilmente inforcai lo svincolo sbagliato a causa di tutte le insegne scazzate. Mi fermai ad una stazione di servizio dove scroprii dopo un paio di domande che mi stavo dirigendo verso… Reggio Calabria! O_O Non avevo idea di quanto fosse distante Gallipoli, tutti me ne parlavano come se fosse agli antipodi del mondo conosciuto. Mi diressi finalmente verso Manduria lungo una strada statale sicuro incubo estivo per centinaia di famiglie: al pari della ss 9 conosciuta come via emilia, questa strada attraversava tutti in paesi tagliandoli in due, con strettoie, semafori e cose simili. Raggiunsi Manduria verso le 7 del mattino, conoscendo di questa città soltanto l’ottimo vino (il Primitivo di Manduria è un vino eccellente!) decisi di informarmi prima di proseguire oltre. La pioggia mi aveva soltanto impiastricciato il parabrezza e l’acqua per i tergicristalli era finita. In una Manduria deserta raggiunsi la minuscola stazione ferroviaria dove una ragazza con un piumino bianco stava leggendo un libro. Svuotata la bottiglia da 2.5 litri che custodivo per questo genere di emergenze (no, non bagnare le ragazze pugliesi) le chiesi se a Manduria ci fosse qualcosa di interessante da vedere. Lei mi rispose che la città aveva molto da offrire ai turisti tra cui la Chiesa Madre e le mura messapiche. Ringraziata la donzella mi addentrai in un dedalo di vie e viuzze ma orbo di una mappa o filo di arianna mi persi quasi subito. Fermai l’auto davanti a un bar e sporgendomi dal finestrino chiesi lumi a un ragazzo che sostava lì davanti. Dopo avermi dato qualche dritta lo vidi entrare nel locale. Era mattina e il mio stomaco chiedeva qualcosa con cui potesse evitare di autodigersi così colsi l’occasione e decisi di entrare nel bar e offrire la colazione al mio informatore e al mio stomaco. Entrato in questo locale, il B@rnet mi accorsi che il mio informatore era in realtà….il gestore del locale assieme a un altro ragazzo, così mi rassegnai a consumare da solo un latte freddo e una pasta alla crema. Spiegai ai due la mia situazione di viandante “laureando” e loro mi dissero che per informazioni più dettagliate avrei dovuto recarmi alla pro-loco che però avrebbe aperto i battenti alle 9-9:30. Mi rassegnai a girare senza informazioni, non potevo attendere tutte quelle ore, non sarei mai arrivato alla lontanissima Gallipoli. Mentre mi sorbisco il mio latte attaccando l’ottimo cornetto il mio informatore mi disse: “Potresti chiedere a lui” e mi indicò un signore con i capelli brizzolati che mi squadrò un attimo. L’informatore si mise a parlottare con il brizzolato il quale mi rivolse un paio di domande sul perchè mi trovassi a Manduria e cosa mi interessasse. Esposta la mia ricerca delle “Variazioni Antropologiche e Architettoniche etc.etc.” si voltò e mi pagò la colazione. Ai miei “Grazie ma..” mi venne risposto “Non si preoccupi, lei è ospite di Manduria”. La giornata iniziava bene, ma ancora non capivo chi fosse costui… mi disse che mi avrebbe fatto strada verso la pro-loco. Salutai i ragazzi del bar e seguii il brizzolato assieme a un altro signore. Manduria si stava svegliando e le strade cominciavano ad essere trafficate con le fermate dei bus affollate da studenti chini sul peso dei loro zaini. Ci fermammo in una piazzola e lì scroprii quello che non avrei mai potuto sospettare: la mia buona stella mia aveva fatto incontrare i curatori della pro-loco! Ed essi aprivano a me, giovane viaggiatore, il loro ufficio per indirizzarmi e istruirmi al meglio durante la mia breve visita a Manduria. I signori Giuseppe Piccinni e Giovanni Belle furono gentilissimi e al parì di due danteschi virgilii mi dettero le nozioni per non perdere la retta via e scoprire quanto la città avesse da offrire. La mole di informazioni che ottenni fu enorme. Mi inchinai alla loro cortesia e disponibilità che mi aveva acceso il cuore, e il Sig. Giuseppe mi salutò con la stessa formula con cui mi aveva offerto la colazione: “Lei è ospite di Manduria”. Quanta fortuna! Avevo ottenuto in poco tempo un sacco di informazioni dettagliate per meglio scoprire la città ed avevo anche approfittato di una colazione gratuita. Dalla piazza principale con un singolare monumento ai caduti mi spostai a piedi e visitai il Palazzo Imperiale, la Chiesa Madre, il Ghetto Ebraico e “La Passione” un’opera a cielo aperto con il un Cristo scolpito. Il tempo passava e dovetti fare rapidamente rotta verso le mura messapiche…prima di raggiungerle mi persi altre due volte grazie alle indicazioni vanesie. Lungo la strada un cartello mi stupì a tal punto che dovetti fotografarlo: ZONA DI MONITORAGGIO DA INFLUENZA AVIARIA. Sfortunatamente il parco archeologico era chiuso così mi rimisi in marcia verso Gallipoli. Lungo un’ infinita strada rettilinea e semideserta incontrai alla mia sinistra un muro alto due metri con tanto di filo spinato che proseguì per almeno 8 Km. Non ho idea di cosa fosse, ma le facce degli uomini alla stazione di servizio mi dissuaderono dall’indagare. Seppi solo dopo qualche giorno che si trattava con molte probabilità di un terreno della Sacra Corona Unita, la criminalità organizzata pugliese. Avvistate le indicazioni per Porto San Cesareo mi venne un dubbio: “La statua dell’ Arcuri era stata inaugurata a Porto San Cesareo o Porto Empedocle?”. Decisi di indagare, dopotutto non ero troppo distante da Gallipoli. Arrivato in paese sotto un cielo che prometteva pioggia mi diressi al portoe inizia a girovagare. Il porto e il lungomare erano deserti ma nonostante il bruttotempo l’acqua aveva dei colori molto accesi. Senza dubbio questa località è una meraviglia d’estate. E senza dubbio alcuno la pro loco sarebbe stata aperta in un’altra stagione… feci una passeggiata sul lungomare, l’aria carica di salsedine mi fece uno strano effetto, come di nostalgia e impazienza per la primavera che avrebbe fatto strada all’estate. In una gelateria chiesi cosa ci fosse da vedere oltre la statua dell’ Arcuri e mi venne consigliato il museo. La statua era dove avrebbe dovuto essere secondo le indicazioni ma non secondo il buon gusto. Rimontato in auto e persa la strada per un paio di volte raggiunsi il museo di biologia marina. All’ interno un cortese signore mi spiegò che il tutto era curato dall’ Università di Lecce e mi sciorinò un paio di aneddoti sul come e sul quando fosse stato istituito. Il museo era ben organizzato e fu un piacere visitarlo in una ventina di minuti. Ringraziato e congedato il custode decisi di percorrere la strada litoranea anzichè la statale per giungere a Gallipoli. Fu una scelta fortunata. Durante il tragitto infatti incappai in una splendida spiaggia dalla sabbia molto chiara e in una scogliera che nulla aveva da invidiare a quelle scozzesi, questi paesaggi mi confermarono che questo viaggio non poteva essere una perdita di tempo, o nel caso lo fosse stato, da tempo non lo era più. In seguito attraversai un paese di cui non ricordo il nome ma che mi colpì per le sue enormi ville. Immaginate una serie di ville con diversi stili architettonici e giardini curati. Una di queste mi costrinse a fermarmi per fotografarla, era infatti decorata con motivi moreschi e arabeschi. Cercai di entrare chiedendo il permesso di fare delle foto ma mi venne concesso di fotografarla solo da fuori. La mattina era inoltrata e assieme ad essa il sole stava scostando le tendine di nubi, la mia giornata doveva continuare a splendere con esso. A Gallipoli.
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